Ridere per non piangere

Finalmente oggi c’è stata una bella scenetta in quella simpatica soap opera tragicomica che viene trasmessa tutti i giorni ambientata a Roma tra Quirinale, Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama.

Per gustarci meglio il bel evento, cerchiamo però prima di fare un bel riassunto delle puntate precedenti.

Dopo circa 14 mesi di amore passionale, la relazione d’amore tra PD e PDL, cominciata nel lontano novembre 2011, aveva iniziato a incrinarsi lentamente finché non culminò in una brutta rottura del rapporto tra i due che sembrava oramai irreversibile.

L’addio sembrava ancora più definitivo dopo che, in seguito a un dramatico furto compiuto da M5S ai danni di PD lo scorso febbraio, quest’ultimo si innamorò incredibilmente del suo affiscinante rapinatore.

Rapinatore che però si dimostrò tutt’altro che gentiluomo al punto che, oltre a rifiutare le esplicite avances di PD, si divertiva pure a lanciare pesanti insulti che tuttavia sembravano non offendere PD.

PD continuò a corteggiare M5S per oltre un mese, ma nel frattempo la situazione economica cominciò peggiorare sensibilmente: temendo di non riuscire più a mangiare, PDL lanciò quindi un appello di riappacificazione per unire le forze che PD decise di accogliere.

Sebbene scampato il pericolo di morire di fame che avrebbe potuto ridividere i due, l’amore sembra inaspettatamente trionfare e la conferma è arrivata oggi con il rinnovo delle promesse matrimoniali davanti al caro Don Giorgio, l’anziano parroco del paese che venerdì decise sorprendentemente di tornare apposta al servizio per celebrare la cerimonia.

Ma quello che sembrava già un lieto fine è in realtà molto instabile: il perfido M5S non è per niente contento della felicità che hanno raggiunto i due amanti e ha già detto di voler fare di tutto per dividerli.

Riusciranno i due amanti a resistere alle insidie che M5S sta preparando?

Non ci resta che attendere la prossima puntata!

Ditemi voi se non sembra proprio di essere in una soap opera, no?

Che poi, se non fosse che è la realtà, ci sarebbe veramente da sganasciarsi dalle risate.

Peccato però che sia tutto vero e che, con la gente che è andata a giurare al Quirinale, ci sia ben poco da ridere, soprattutto se andiamo a vedere quali sono le priorità che ha in mente la fresca squadra di governo per il bene della Repubblica delle Banane.

In particolare, lascia perplesso ciò che ha dichiarato il neo Ministro per l’Integrazione (?) Kyenge Kashetu, cioè che la priorità del baraccone tricolore deve essere l’adozione dello ius soli (per chi non lo sappia, cittadinanza per semplice nascita sul territorio di uno stato).

Ma certo, il problema principale del mondo è che gli Europei non vogliono farsi invadere dalle locuste del terzo mondo, non che la folle sovrappopolazione mondiale, l’insostenibile consumo di risorse scarse e lo sconsiderato inquinamento ci stiano portando sull’orlo del baratro ambientale, sociale ed economico!

L’importante è aumentare la popolazione, i consumi, la cementificazione per fare crescere il PIL, poi che il Pianeta rischi l’implosione ambientale e che in Europa ci sia di fatto in corso un genocidio, sono cavolate inventate da dei razzistoni complessati mentali.

Anche perché a che gliene può importare se scompaiono gli Europei: siamo tutti uguali, no?

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Niente cambia per non cambiare nulla

Dopo aver dichiarato neanche un mese fa che una sua rielezione avrebbe superato il limite del ridicolo, alla fine il caro Presidente Giorgio Napolitano non è riuscito a trattenersi dalla irresistibile tentazione di diventare di fatto un monarca a vita alla tenera età di 88 anni.

Dopo litigi tragicomici all’interno delle correnti del PD che hanno portato a far fallire tutte le proposte nelle prime quattro votazioni, Napolitano ha deciso di fare un “sacrificio” per il paese e si è quindi fatto eleggere alla sesta votazione del Parlamento in seduta comune ottenendo tra l’altro ben 738 preferenze, quindi addirittura oltre il fatidico quorum dei due terzi dei partecipanti l’assemblea (672 elettori) necessario nelle prime votazioni.

Il tutto per poter vedere tra qualche giorno un bel governicchio di “larghe intese” probabilmente capeggiato da Amato, sì quello del prelievo forzoso dai conti correnti, e con dentro Monti e i suoi compagni di merende che in 14 mesi hanno fatto tutto quello che hanno sempre detto non bisogna fare (cioè aumentare la pressione fiscale al posto di tagliare la spesa del carrozzone pubblico).

Ma il particolare più comico, se non fosse che è realtà, è sentire la gente che si lamenta e grida a sguarciagola “tutti a casa!”, “alla faccia del rinnovamento!”, “vergognoa!”, etc.

Come potete pretendere rinnovamento se votate sempre gli stessi truffatori da decenni? Pensavate forse che il cleptomane avrebbe smesso di rubare dopo una promessa di buone intenzioni?

Non ci vuole molto a capire che il problema non sono quindi i politici italiani, ma quelli che li hanno scelti come rappresentanti, cioè gli italiani.

Comunque, particolarmente penoso è stato poi il comportamento del M5S: Grillo, che aveva detto di non volersi alleare in nessun caso con il PD, si è veramente coperto di ridicolo con l’inammovibile sostegno al sinistroide Rodotà e con l’apertura a un governo con il PD nel caso fosse stato eletto l’arbereshe calabrese.

Ma ancora più ridicoli sono stati i vari grillini e i piddini scandalizzati per l’ostilità del PD verso Rodotà.

Cerchiamo di essere, non dico intelligenti, ma quanto meno ragionevoli: cosa avrebbe mai potuto cambiare in maniera sostanziale tra Rodotà, Prodi o Napolitano?

Sono tutti vecchi sinistroidi con mentalità, oltre che obsolete, ridicole e che, non contenti di aver fatto abbastanza danni finora, vogliono continuare a farne finché campano.

Alla fine sembra proprio che l’unica cosa che hanno combinato PD e M5S è far sghignazzare a più non posso Berlusconi e il suo P2L.

Intanto la Lombardia soffoca sotto il peso del degrado ambientale e della sovrappopolazione allogena.

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La lotta continua comunque!

Il Movimento Nazionalista Lombardo porge piena solidarietà al nostro sodale Paolo Sizzi che giovedì 18 aprile è stato condannato con rito abbreviato a un anno di reclusione e 6 mesi di rieducazione mediante servizi sociali per vilipendio del Presidente della Repubblica e istigazione alla discriminazione razziale.

Si tratta di una condanna per reati di opinione, cioè reati che vietano l’espressione del proprio pensiero in palese contrasto con l’art. 21 Cost. ma che la Corte Costituzionale si guarda ovviamente dal dichiarare incostituzionali dato che colpiscono chi osa ribellarsi, anche solo verbalmente, al sistema.

La sentenza riguardi scritti che il nostro Segretario aveva postato su alcuni suoi blog personali tra il 2009 e il 2010 (quindi senza alcuna relazione con il Movimento Nazionalista Lombardo, che ricordo è nato nel 2011) e su cui aveva già riconosciuto di essersi espresso con toni inopportuni, forti, a tratti esasperati, ma che non giustificherebbero in nessun caso la condanna alla reclusione.

Sebbene per il Movimento il compimento di reati del tutto illegittimi quali quelli citati, e l’eventuale condanna che ne può derivare, non rappresenti un’effrazione del nostro codice morale, Sizzi ha preferito comunque rassegnare le proprie dimissioni dalla carica di Segretario per poter gestire meglio la sua posizione ed evitare ripercussioni sull’immagine del Movimento Nazionalista Lombardo.

Il Consiglio ha deciso con profondo dispiacere di accogliere le dimissioni e coglie l’occasione per ringraziare Sizzi per il contributo che ha dato, e che ci auguriamo tornerà a dare una volta finita la vergognosa persecuzione italiana, alla causa lombardista.

Sperando che la pena sia sospesa, o quantomeno ridotta, in appello, incoraggiamo fermamente il nostro sodale orobico a resistere con forza al tentativo di imbavagliamento portato avanti dal sistema.

Siamo tutti con te.

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Considerazioni economiche sull’immigrazione

Dato che la dottrina politico-economica di sistema afferma che l’immigrazione è un’importante risorsa, se non fondamentale, per le economie sviluppate e in calo demografico dell’Europa, ritengo opportuno illustrare, soprattutto a chi non ha mai approfondito la questione o non ha le conoscenze per farlo correttamente, l’insensatezza di queste conclusioni a livello teorico nonché chiarire alcune questioni alla luce della realtà in cui si trova il nostro continente.

Si consideri la più nota delle giustificazioni dell’immigrazione, cioè che “gli immigrati servono perché fanno i lavori che noi non vogliamo più fare”.

Si tratta di una giustificazione piuttosto ridicola perché la causa per cui certi lavori non vogliono più essere svolti è che non sono remunerati adeguatamente: basterebbe semplicemente lasciar agire la legge della domanda e dell’offerta per far aumentare la remunerazione e quindi trovare persone disposte a lavorare!

Molti allora cercano di arrampicarsi sugli specchi e iniziano a dire che “l’immigrazione serve per colmare la carenza di offerta di lavoro nei paesi ricchi e per ridurre l’eccesso di offerta di lavoro nei paesi poveri portando così a una convergenza dei salari reali nel lungo termine e quindi a un miglioramento del benessere per tutti”.

Mettendo da parte il fatto che appellarsi alla carenza di lavoratori quando la disoccupazione giovanile a livello europeo supera il 20% potrebbe risultare piuttosto ridicolo, bisogna comunque riconoscere che gli immigrati aumentano effettivamente l’offerta di lavoro.

Siamo tuttavia sicuri che ciò sia veramente un bene per la popolazione indigena?

Che effetti ha un aumento dell’offerta di lavoro sulla popolazione indigena?

Per la legge della domanda e dell’offerta, l’aumento dell’offerta di lavoro causata dagli immigrati comporta una riduzione del salario reale (cioè il salario corretto per l’effettivo potere di acquisto) che, da una parte, fa sì incrementare il benessere perché gli immigrati fanno aumentare la produzione riducendo i prezzi (grazie alle economie di scala), ma, dall’altra, fa diminuire il benessere perché gli immigrati fanno salire la domanda aggregata aumentando così il livello dei prezzi.

Secondo la teoria economica, l’effetto positivo dovrebbe essere superiore a quello negativo, e quindi l’immigrazione sembrerebbe effettivamente una risorsa (anche un aumento demografico autoctono lo sarebbe, dato che aumenta l’offerta di lavoro!), ma bisogna ricordarsi che i modelli economici fanno assunzioni semplicistiche che possono ottenere risultati opposti rispetto alla realtà.

Una prima semplificazione è che gli immigrati abbiano lo stesso impatto a livello sociale degli individui indigeni, assunzione altrettanto smentita dalla realtà visto che gli immigrati tendono a ricevere cospicui aiuti sociali, perché con le loro famiglie numerose, consumano sovente più di quello che producono, nonché a ridurre il benessere sociale per via delle loro esternalità negative (aumento della criminalità, riduzione dell’educazione media, etc.).

Una seconda irrealistica assunzione è che i fattori di produzione, quali l’energia, la terra, le materie prime, siano disponibili in quantità illimitata, assolutamente ridicolo su un territorio al limite del collasso urbanistico, oramai quasi privo di materie prime e di abbondanti fonti di energia sostenibile come la Lombardia (e in misura minore l’Europa).

A tal riguardo va poi aggiunto che alcuni economisti (celebre il modello di Solow) sostengono che si potrebbe fare un uso più efficiente delle risorse (migliori tecnologie), ma in caso di risorse limitate questa ipotesi può essere valida solo nel breve o medio periodo perché una volta raggiunta la massima efficienza energetica non si può più migliorare.

Questa semplificazione si ricollega inoltre alla giustificazione che “gli immigrati servono a sopperire il pericoloso calo demografico che stiamo subendo e ridurre quindi l’invecchiamento della popolazione”.

Naturalmente, la tesi si basa sull’ingenua supposizione che la crescita demografica possa portare a un miglioramento del benessere grazie allo sfruttamento delle economie di scala permesse da una domanda sempre maggiore.

Dato che, in presenza di risorse limitate, i rendimenti di scala sono tuttavia crescenti solamente fino a certo punto, si conferma in realtà la tesi di Malthus, cioè che nel lungo termine un aumento della popolazione porti a una riduzione del salario reale.

Certi economisti affermano che il lungo periodo di aumento demografico e crescita del salario reale iniziato dalla seconda metà dell’Ottocento abbia invalidato il modello maltusiano.

Peccato che questo lungo periodo di crescita economica e demografica è stato permesso grazie all’incredibile disponibilità di energia a basso costo data dai combustibili fossili e, con le attuali conoscenze, pare proprio che finirà una volta raggiunto il picco di produzione di questi ultimi.

L’aggiunta del problema dell’invecchiamento della popolazione alla giustificazione dell’immigrazione la porta inoltre a un livello di insensatezza ancora maggiore: dato che l’attuale popolazione in Europa non è sostenibile nel lungo periodo, gli immigrati non farebbero altro che ritardare il problema dell’invecchiamento della popolazione aumentandone oltretutto la dimensione, e rendendone di conseguenza ancora più difficile la soluzione!

Vi è poi una terza ridicola semplificazione da menzionare, cioè che la produttività del lavoro degli immigrati sia la stessa della popolazione autoctona, poiché risulta particolarmente comico come detta ipotesi sia smentita, non solo dalla realtà, ma anche dalla precedente giustificazione “gli immigrati servono perché fanno i lavori che noi non vogliamo più fare” (cioè quelli a bassa produttività).

Quest’ultimo punto va poi approfondito anche per quanto riguarda l’impatto degli immigrati sulla redistribuzione del reddito all’interno della popolazione indigena: l’immigrazione va difatti ad aumentare la disuguaglianza tra ricchi e poveri.

Questo perché, da una parte, l’aumento di offerta di lavoro causato dagli immigrati porta a una riduzione del salario reale, diminuzione che colpisce il benessere dei lavoratori indigeni (che in genere sono il ceto più povero), mentre, dall’altra parte, l’aumento della domanda di risorse come terra e capitale causato dagli immigrati non porta ad un aumento del loro prezzo (cioè affitti e tassi d’interesse), incremento che favorisce quelli che percepiscono queste rendite (che in genere sono il ceto più ricco).

Dato che la scienza e i media sono spesso manipolati dalle lobby finanziarie non dovrebbe quindi risultare difficile capire perché al pubblico l’immigrazione sia presentata spesso come una risorsa non solo importante, ma addirittura necessaria.

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Celebrazione del solstizio d’inverno

Nella serata di ieri, sabato 22 dicembre 2012, il nostro Presidente e il nostro Segretario, accompagnati da alcuni Militanti e Sostenitori, hanno ufficialmente salutato il nuovo anno solare.

In particolare, l’evento è stato l’occasione per richiamare, tramite l’accensione di un simbolico falò solstiziale e l’arsione di una ruota solare, il legame indissolubile che esiste tra noi, moderni Lombardi, e i nostri veri antenati, Celti e Germani.

La conservazione e il ripristino delle vere, autoctone tradizioni europee hanno difatti un’importanza cruciale nel percorso di rafforzamento del sentimento nazionale lombardo che il Movimento Nazionalista Lombardo sta portando avanti da quasi due anni.

Un Popolo che non è cosciente delle proprie origini è infatti destinato all’estinzione così come un albero con radici deboli è destinato a cadere alla prima folata di vento.

Per questo abbiamo così costruito un piccolo focolare con essenze vegetali dal particolare significato simbolico per i nostri avi: quercia, simbolo di eternità, edera, pianta sempreverde simbolo del dio solstiziale, e betulla, simbolo delle nascite e dei nuovi inizi.

Un rito quindi dalla simbologia suggestiva, ma dal valore meramente culturale, dato che il vero obiettivo dell’incontro era naturalmente quello di riunirci fraternamente per stilare un bilancio dell’anno trascorso e discutere delle sfide che ci attendono per il futuro.

Dobbiamo infatti riconoscere che, per varie problematiche, le nostre attività nell’anno trascorso sono state piuttosto limitate e ridotte essenzialmente a quelle informatiche, ma, grazie all’intraprendenza di alcuni nuovi arrivati, siamo sicuri che nel nuovo anno riusciremo ad organizzare molti più eventi e ritrovi.

Auspicando che i nostri connazionali identitari desiderosi di impegnarsi, anche in prima persona, per l’autodeterminazione della propria Nazione siano sempre più, cogliamo l’occasione per augurare un buon anno nuovo a tutti i Lombardi.

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La più bella del mondo?

Non faccio a tempo a rientrare in Lombardia per le vacanze di fine anno, che, sentendo per caso gli annunci televisivi, vengo subito a conoscenza del fatto che per qualche giorno avrei potuto perdermi un importantissimo evento itagliano: uno dei più esosi giullari di corte italiani, Roberto Benigni, farà stasera un discorso-riflessione sulla legge fondamentale della Repubblica delle banane.

Ovviamente appena ho sentito il titolo della trasmissione televisiva non ho potuto fare a meno di sganasciarmi dalle risate: suvvia, viene da ridere quando i giuristi e i personaggi istituzionali cercano di mostrare i pochi aspetti positivi della costituzione italiana, figuriamoci se a farlo sarà un comico toscanaccio!

Tuttavia, ho pensato poco dopo a quante persone (soprattutto a quanti Lombardi) non abbiano le conoscenze e gli strumenti di pensiero critici necessari per comprendere le asserzioni che stasera saranno declamate sul primo canale pubblico.

A dispetto del patetico titolo scelto, per chi ha un po’ di senso critico è infatti facilmente constatabile come la costituzione italiana sia in realtà una delle peggiori del mondo soprattutto in alcune questioni fondamentali.

In questo breve intervento daremo giusto un’occhiata al suo primo articolo per rendersene conto.

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Una repubblica fondata sul lavoro??

Da un punto di vista teorico, uno stato liberale non sarebbe altro che un mezzo attraverso il quale delle persone decidono di affidare a una struttura superiore la gestione dei fallimenti del mercato, della sicurezza, delle dispute tra suoi appartenenti e via dicendo, nonché il raggiungimento di obiettivi di carattere morale, come lo sviluppo della conoscenza, la solidarietà tra i suoi cittadini, etc.

Cosa c’entra quindi in tutto questo il lavoro, ossia il mezzo attraverso il quale una persona sopravvive prestando dei servizi per averne altri?

Ovviamente niente.

Il problema è che l’establishment bombarda i cittadini fin dall’infanzia con false notizie in modo tale di non permettergli di avere una chiara percezione di come in realtà stia funzionando il mondo.

Come disse Goebbels, “ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.”

E difatti la disinformazione regna ovunque: dai barsport alle università, che in teoria dovrebbero essere tempi della libera conoscenza.

Per questo, soltanto per chi abbia sviluppato un buon senso critico, è facilmente comprensibile come quel pezzo di frase sia in realtà uno scaltro strumento demagogico usato dal sistema per inculcare nelle menti l’idea che il cittadino si realizza solamente se lavora e, aggiungo io, mantiene l’élite pagando regolarmente le tasse.

Il primo comma è sicuramente il culmine della ridicolaggine, ma una palese incoerenza è presente anche nel secondo comma del primo articolo.

Tralasciando il fatto che il popolo è sovrano solo nelle parole e non nei fatti visto che, con le ultime leggi elettorali, non ha più la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti e che questi ultimi seguono le direttive delle lobby economiche, per quale ragione il popolo potrebbe esercitare la sua sovranità solo nei limiti della costituzione?

Forse perché la costituzione l’ha voluta qualche inesistente divinità?

Suvvia, sono piuttosto superati i tempi in cui si giustificava l’intoccabilità della legge con il “Per grazia di Dio …”

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La persecuzione continua

Dopo aver già subito una prima perquisizione nell’ottobre 2010, mercoledì 12 dicembre la casa del nostro Segretario Paolo Sizzi, cui va tutta la nostra solidarietà, è stata oggetto di una seconda perquisizione da parte di agenti della Polizia postale e della DIGOS.

I poliziotti hanno presentato un decreto di perquisizione per la violazione della cosiddetta “Legge Mancino” in alcuni scritti dei blog “Il Lombardista” e “Paolo Sizzi”, nonché in alcuni messaggi del suo profilo Twitter.

Sorvolando sull’assurdità che uno dei principi fondamentali dello stato liberale, quale l’inviolabilità del domicilio, sia derogato per un reato di opinione (disposizione a dir poco dittatoriale), quello che ci lascia maggiormente costernati è l’accanimento cui è stato sottoposto il nostro Segretario.

Sebbene il decreto medesimo imponesse solamente la ricerca e il sequestro dei mezzi informatici con cui era effettuato l’accesso a internet, gli agenti hanno infatti sequestrato in maniera illegittima altro materiale, ivi compresa la camicia ufficiale del MNL.

Dato che in realtà non ci sarebbe poi molto da meravigliarsi per il loro comportamento, poiché è naturale che ogni parassita metta in atto qualsiasi strategia a sua disposizione per evitare che il suo ospite cerchi di liberarsi di lui, ciò che ci fa arrabbiare maggiormente è che tutto questo succede mentre in Lombardia i veri crimini aumentano ogni giorno in maniera a dir poco esponenziale.

La polizia itagliana non fa quindi altro che confermarsi lupo con gli onesti e agnello con i delinquenti.

Ma se gli Itagliani credono che la tattica del colpirne uno per spaventarne cento funzioni con noi Lombardisti, si sbagliano di grosso: le vostre ingiustizie e le vostre prepotenze non possono far altro che affermare ulteriormente la nostra volontà di Uomini liberi.

Noi ci auguriamo infatti che l’illegittimità del sequestro effettuato porti a un rapido dissequestro del materiale e che l’infondatezza delle accuse conduca a una veloce risoluzione in nulla del procedimento penale.

Sizzi ora vuole studiare bene la situazione per capire su che basi sia nuovamente accusato, anche perché si è a tutti gli effetti aperto un nuovo filone d’indagine e ci vuole cautela.

Pertanto il Segretario ridurrà i suoi interventi finché la sua posizione giudiziaria non sarà ben definita.

Inoltre, per evitare strumentalizzazioni contro il MNL, i suoi vecchi interventi sono stati oscurati.

Sia però chiaro che nonostante questa persecuzione il MNL non si ferma, anzi, va avanti con piglio più deciso di prima e Sizzi continuerà ovviamente a collaborare da buon militante della prima ora.

La nostra battaglia di sensibilizzazione e informazione continua imperterrita.

Svegliatevi Connazionali lombardi, la vera Libertà siamo noi.

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La letteratura lombarda

Con l’avvento prima del Risorgimento e poi del Fascismo, le lingue lombarde, cosí come molte altre lingue parlate nell’allora Regno d’Italia, sono state man mano raffigurate come dei rozzi dialetti dell’italiano (sebbene non appartengano nemmeno alla stessa famiglia linguistica del toscano!) da eliminare il prima possibile per far sí che i territori di confine del regno fossero veri e propri baluardi contro i “nemici” transalpini.

Nel passaggio alla Repubblica le cose non sono sostanzialmente cambiate e una delle scuse piú ridicole usate per cercare di ridicolizzare il lombardo, delegittimando cosí anche il nostro diritto a usarlo, si appella alla desueta definizione di lingua di origine ottocentesca: una lingua è un idioma codificato con propria letteratura storica.

In realtà, la motivazione proposta è veramente ridicola poiché il lombardo vanta una ricca letteratura storica che si sviluppa pienamente a partire dal Cinquecento, ma che affonda le sue radici in alcune opere in volgare del Duecento.

Andando a parlare di letteratura lombarda, va innanzitutto ricordato che, come nel resto del mondo, la capacità di leggere e scrivere era un’abilità di cui si potevano vantare solo le classi sociali più elevate, le quali vivevano per lo piú nelle grandi città.

Per tale ragione la letteratura lombarda si è sviluppata sui due principali poli culturali e politici della Lombardia, cioè Milano e Torino, dando cosí origine a due correnti letterarie (nonché a due grafie classiche) piuttosto separate.

Se Torino era il polo accentratore solo per la Lombardia occidentale, Milano ha rappresentato il polo per la Lombardia centrale, orientale e buona parte di quella meridionale, sebbene vi siano comunque piccole tracce di letteratura in alcune città1.

Per quanto riguarda le basi storiche della letteratura milanese, non c’è accordo (tanto per cambiare!) sull’opera o sullo scrittore che potrebbe essere considerato come il riferimento iniziale, anche se molti ritengono il “Sermon divin” di Pietro da Barsegapè la prima pietra miliare della letteratura milanese.

Ricalcando il filone didattico e religioso del Basso Medioevo, l’opera in questione non è altro che un poema popolare risalente al 1264 di poco più di 2400 versi dove si narrano, con toni critici verso la ricchezza e la superbia, le più importanti vicende bibliche.

Per altri studiosi bisogna invece attendere giusto qualche anno più tardi con gli scritti di Bonvesin de la Riva tra cui spicca il “Libro de le tre Scritture” del 1274: un componimento diviso in tre parti che sembra una sorta di anticipazione della Commedia dantesca.

I lavori di Pietro di Bersegapè o di Bonvesin de la Riva possono essere sicuramente considerati come le prime opere della letteratura milanese, ma è tuttavia azzardato definirle opere in milanese poiché l’assenza di alcune peculiarità del lombardo (tra cui le vocali anteriori arrotondate e la negazione postverbale) ne evidenziano la natura di volgare scadente.

L’uso scritto del lombardo riprende vigore con la signoria dei Visconti, ma per parlare di vera e propria letteratura in milanese bisogna attendere la risoluzione del problema della grafia.

Nel 1606 Giovanni Ambrogio Biffi tenta una prima codifica con il “Prissian de Milan de la parnonzia milanesa”, dove cerca di risolvere il problema delle vocali lunghe e brevi e propone il dittongo “ou” per rappresentare la vocale anteriore arrotondata semichiusa [ø].

La codifica definitiva avviene però a fine secolo quando Carlo Maria Maggi introduce il trittongo “oeu” per rappresentare il fonema [ø] fondando finalmente la grafia milanese classica.

Grazie anche alla sua notevole produzione, che spazia dalle poesie alle commedie, come “Il manco male”, “Il Barone di Birbanza”, “I consigli di Meneghino”, “Il falso filosofo”, “Il Concorso de’ Meneghini”, il Maggi può perciò essere considerato il padre della letteratura milanese.

Fu inoltre Carlo Maria Maggi a introdurre la maschera di “Meneghin”, l’incarnazione del popolo milanese: umile, onesto, saggio, forte nelle avversità, lavoratore sensibile e generoso.

Il Settecento vede un’esplosione della letteratura in milanese con poeti come Domenico Balestrieri, Carl’Antonio Tanzi, Girolamo Birago, Giuseppe Parini, Pietro Verri, Francesco Girolamo Corio e sopra a tutti Carlo Porta.

Carlo Porta è sicuramente il più grande poeta in milanese e le sue opere vanno a colpire l’ipocrisia religiosa del tempo (Fraa Zenever, Fraa Diodatt), a descrivere le figure popolari (Desgrazzi de Giovannin Bongee, La Ninetta del Verzee) e a esporre le sue idee politiche (Paracar che scappee de Lombardia, E daj con sto chez-nous ma sanguanon), cui si aggiungono dei sonetti in difesa del milanese (I paroll d’on linguagg car sur Gorell) e di Milano (El sarà vera fors quell ch’el dis lu).

Il Porta definisce il milanese come la “lengua del minga e del comè” e designa come scuola della vera lingua del popolo il Verzee, il mercato della verdura di Milano.

Nell’Ottocento nascono numerosi giornali in milanese, ma sicuramente è doveroso segnalare i dizionari: il Cappelletti, il Banfi, l’Arrighi, l’Angiolini e l’opera monumentale del Cherubini.

Con l’età contemporanea, cadono purtroppo in disgrazia sia la letteratura sia la lingua parlata e i pochi contributi in milanese, come quelli di Delio Tessa e Giovanni Barrella, si riempiono sempre più di patetici toscanismi.

Discorso particolare necessita invece la letteratura occidentale.

Gli importanti traffici commerciali con la Provenza, e la storia politica che ha portato il Piemonte a essere sotto l’amministrazione savoiarda e non con il resto della Lombardia, hanno difatti rappresentato elementi di peculiarità nello sviluppo sia del lombardo occidentale che della sua letteratura.

Come per il milanese, vi è dibattito su quale possa essere considerato come il primo documento della letteratura “piemontese”, ma la molti ritengono che i “Sermoni Subalpini”, una raccolta di ventidue omelie complete risalenti alla seconda metà del XII secolo, siano la prima opera in volgare occidentale.

In questo periodo la Lombardia occidentale inizia inoltre a subire l’influsso della poesia provenzale tanto che, accanto ai trovatori provenzali, ci sono anche celebri piemontesi, come Nicoletto da Torino, e nelle vallate alpine il provenzale si afferma come lingua parlata dal popolo.

Nei secoli successivi vi è una lenta evoluzione del volgare che diventa piemontese solamente all’inizio del Cinquecento con le opere di Gian Giorgio Alione di Asti.

La raccolta piú importante è sicuramente la “Opera Iocunda no. D Johanis Georgii Alioni astensis – metro maccaronico materno et gallico composita” nel secondo decennio del secolo citato che contiene scritti sia in piemontese (tra cui i “zeu da carlever”) sia in francese.

Nel diciassettesimo secolo la lingua è ormai matura e verso la fine il Marchese Carlo Giambattista Tana di Entraque compone la celebre opera teatrale “Ël Cont Piolèt”, che viene subito rappresentata con molto successo ma che sarà stampata solo alla fine del secolo successivo.

Verso la fine del Settecento il piemontese diventa oggetto di studio e nel 1783 nasce la prima “Grammatica piemontese” grazie al medico Maurizio Pipino (autore anche di un vocabolario quadrilingue) che la dedica alla principessa di Piemonte, di origine francese e desiderosa di imparare la lingua locale: a differenza del resto della Lombardia, il Piemonte si è difatti affermato come stato e quindi l’uso ufficiale del piemontese diventa uno strumento di legittimazione del dominio sabaudo.

Con l’Ottocento si forma il teatro piemontese e l’esponente piú noto è Vittorio Bersezio: tra i suoi lavori vanno citati “La sedussion”, “La beneficenza” e il celebre “Le misérie ‘d mossù Travet”.

Esattamente come per il milanese, l’Ottocento è però anche il secolo dei giornali in lingua locale e dei dizionari: sono difatti editi il Capello, il Zalli, il Gavuzzi e il grandioso Conte Vittorio di Sant’Albino.

Anche l’età contemporanea riserva per l’occidentale la medesima storia del milanese e sia la letteratura sia la lingua parlata sono velocemente abbandonate.

Tengo molto a evidenziare le comunanze tra milanese e torinese poiché la diversa storia letteraria che ha subito quest’ultimo viene a volte usata da alcuni per negare l’appartenenza del Piemonte alla Lombardia.

Anche mettendo da parte il fatto che non ha molto senso dare piú peso alla storia letteraria di una lingua piuttosto che alle caratteristiche intrinseche di una lingua (la ragione dovrebbe portarci a far prevalere la sostanza sulla forma!), quello citato è comunque un errore alquanto grossolano.

Difatti, la differente storia letteraria del piemontese, che non è poi cosí peculiare come qualcuno cerca di far intendere, è legata esclusivamente a fattori di carattere politico e non a differenze culturali o etniche rispetto al resto della Lombardia.

E il vero concetto di Nazione si basa sulla coerente combinazione di caratteristiche storiche, territoriali, culturali, etniche e linguistiche, non solo di queste ultime.

Adalbert Roncari

1 Degna di nota è la letteratura bergamasca, di cui spiccano la traduzione seicentesca dell’Orlando furioso di Alberto Vanghetti e gli scritti settecenteschi dell’abate Giuseppe Rota.

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La morfologia lombarda

Secondo una moderna accezione del termine, la morfologia è l’insieme delle forme assunte dalle parole al variare di fattori come numero, genere, modo, tempo e persona.

In termini più pratici, la morfologia non sarebbe altro che l’insieme delle regole di flessione delle parole, come la coniugazione per i verbi e la declinazione dei nomi o degli aggettivi.

Sebbene vi siano comunque numerosi principi comuni a tutti quanti i suoi diversi dialetti, nel caso del lombardo si è nel tempo sviluppata una significativa differenziazione nella morfologia, tanto che si può tranquillamente considerare l’aspetto che varia maggiormente.

Al fine di non dilungare eccessivamente la trattazione, in questa sede ci limiteremo a considerare essenzialmente i tratti più significativi del lombardo.

Per quanto riguarda la coniugazione dei verbi, una fondamentale caratteristica comune è l’inesistenza di un corrispettivo al perfectum latino, tempo verbale che nella maggior parte delle lingue romanze si è evoluto dando, ad esempio, origine al passato remoto dell’italiano, al passé simple del francese o all’indefinido dello spagnolo.

Secondo alcuni studiosi, un corrispettivo al citato tempo verbale latino sarebbe in realtà esistito, ma decaduto definitivamente per disuso nel Settecento.

Considerando tuttavia che i testi scritti prima del diciottesimo secolo sono in realtà volgari palesemente latineggianti (quindi ben diversi dalla lingua parlata quotidianamente!) e che una distinzione tra passato perfetto e imperfetto non esiste nelle lingue germaniche, è molto più probabile che la perdita di questo tempo verbale sia avvenuta nell’alto medioevo grazie ai nostri avi germanici.

E il fatto che nei testi anteriori al Seicento non vi sia traccia nemmeno delle vocali anteriori arrotondate (le cosiddette “vocali turbate”) convalida ulteriormente questa ipotesi.

Rimanendo sempre nell’ambito delle coniugazioni, altro elemento di comunanza dei vari vernacoli lombardi, con l’eccezione di alcuni meridionali, è l’inesistenza del modo verbale gerundio: per evidenziare la continuità dell’azione, in lombardo centrale e orientale è usata l’espressione “vess adree a” (milanese: “sont adree a mangià”), mentre in lombardo occidentale si utilizza l’espressione “esse ‘n camin che” (torinese: “Anté ch’it ses an camin ch’it vas?”).

Ulteriore peculiarità nella flessione dei verbi riguarda l’imperativo negativo: mentre in italiano si forma con l’infinito del verbo, in tutti i dialetti lombardi si crea aggiungendo la negazione al verbo coniugato all’imperativo (milanese: “fa no inscì!”).

Il secondo interessante punto di analisi morfologica da affrontare è sicuramente dato dalla declinazione dei nomi e degli aggettivi.

Un elemento di notevole interesse a tal riguardo è senza dubbio dato dal genere del plurale: se nel lombardo occidentale, meridionale e orientale esiste, come in italiano o in spagnolo, una netta distinzione tra il plurale maschile e il plurale femminile, nel lombardo centrale e nelle sue aree d’influenza il plurale è sempre privo di genere (italiano: “i Lombardi” – milanese: “i Lombard”, italiano: “le Lombarde” – milanese: “i Lombard”).

Considerato che nelle lingue romanze è presente, oltre che nel lombardo centrale, unicamente nel francese e che è largamente diffusa nelle lingue germaniche, questa peculiarità è sicuramente da considerarsi di origine germanica.

Questa distinzione tra il lombardo centrale e le altre varianti è determinante anche per la formazione del plurale: se, escludendo la perdita della “a” (milanese: “la sciresa” – “i scires”), nel lombardo centrale la maggior parte dei nomi e degli aggettivi rimane generalmente invariata (milanese: “el magatt” – “i magatt”), nelle altre varianti si seguono le regole di flessione tipiche dell’italiano (la “a” diventa “e” mentre la “o” diventa “i”).

Oltre al comune passaggio da -ll a -i (milanese: “cavell” – “cavei”), interessanti eccezioni al precedente principio generico sono il passaggio dal suffisso -in al suffisso -itt nel lombardo centrale (milanese: “el buscin” – “i buscitt”) e il passaggio dal suffisso -t al suffisso -cc nel lombardo orientale (bergamasco: “andat” – “andacc”).

Altro elemento da notare è che, durante lo sviluppo dei vari dialetti lombardi, si è assistito a un generale processo di apocope che ha portato alla perdita, a seconda delle varianti, parziale o totale delle vocali finali atone latine1 con l’unica grossa eccezione della “a”, la vocale del femminile.

Trattandosi di un fenomeno presente anche in altre lingue gallo-romanze, come il francese, l’occitano e il romancio, la perdita delle vocali finali atone può considerarsi una caratteristica di sicura origine celtica.

Sebbene non sia un aspetto che fa strettamente parte della morfologia, va poi evidenziato che un fenomeno, collegato all’apocope, molto presente in alcune varianti del lombardo è la sincope, cioè l’eliminazione di una lettera o di una sillaba all’interno della parola.

Essendo presente nel francese, anche questo fenomeno, diffuso soprattutto nel lombardo occidentale e meridionale (latino: “pilare”, torinese: “plè”), può essere considerato di sicura origine celtica.

Infine, un’ulteriore caratteristica da evidenziare è l’assenza di una distinzione tra pronomi nominativi e accusativi: mentre nella maggior parte delle lingue romanze la detta distinzione è tuttora presente, in lombardo gli originali pronomi nominativi latini sono stati soppiantati da quelli accusativi (latino: “ego sum”, italiano “io sono”, milanese: “mi sont”).

Adalbert Roncari

1 Se l’apocope raggiunge il suo massimo in lombardo centrale, che oltre alla “a” mantiene unicamente la “i” in alcune parole dotte o tecniche (milanese: “offizi”), essa vede il suo minimo nel lombardo orientale, dove a causa della dominazione veneta è possibile trovare anche numerose “o” finali atone (bresciano: “gnaro”).

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Senza la Lombardia, Italia nel vuoto

Dopo nemmeno sei mesi di governo oramai si è perso il conto delle sparate che il lombardo rinnegato Mario Monti è costretto a dire per far contenti i giornalisti.

Ieri, dopo aver fatto finta di criticare i suoi padroni di Bruxelles affermando che l’Unione Europea non si sta impegnando molto per far crescere l’economia, è poi uscito con una dichiarazione alquanto ridicola.

Il robotico varesino ha difatti affermato che “dobbiamo incalzare la Germania, ma anche ringraziarla, perché senza i vincoli attuali posti al bilancio da Berlino, l’Italia di oggi sarebbe un Paese vagante nel vuoto ed è sempre possibile che ciò accada”.

Se il suo obiettivo fosse stato quello di far ridere, effettivamente l’avrebbe raggiunto in pieno.

Considerata l’intensità del lavaggio del cervello che ha tuttavia subito il cittadino medio, temo che questo tipo di battute non sia stato colto dalla maggioranza dei Lombardi.

Bisogna difatti riconoscere che, se le idiozie raccontate dal suo predecessore Berlusconi, oltre ad essere molto più simpatiche, erano comprensibili da un pubblico molto vasto, quelle inventate dall’attuale Premier della baracca tricolore sono invece per pochi intenditori.

Cerchiamo quindi di spiegare perché quello che ha detto Monti è ridicolo.

La ragione di per sé è molto semplice: ha completamente sbagliato il rapporto causa-effetto.

Se l’Italia non si ritrova ai livelli della Grecia, della Spagna o del Portogallo, non è certo perché ci sono stati i vincoli di bilancio imposti dai vari trattati che hanno creato l’Unione Europea (che ricordo sono basati sui dettami della rigorosa teoria economica tedesca)!

Altrimenti per quale strana ragione gli altri membri dei PIGS sono in situazione così drammatiche, sebbene avessero gli stessi vincoli da rispettare?

La ragione per cui la Repubblica Italiana non è ancora fallita è semplicemente perché, da più di mezzo secolo, ha la facoltà di mungere a suo totale piacimento una delle regioni più sviluppate e ricche d’Europa: la Lombardia.

Grazie alla nostra proverbiale ingegnosità e laboriosità, la Lombardia è difatti sempre stata una delle regioni europee più avanzate e, quindi, ambiziosa preda di molte potenze straniere, che nel tempo si sono servite del nostro sciocco campanilismo per sfruttarci continuamente.

Il problema è che, con la dominazione italiana, non ci si è limitati al mero sfruttamento economico della Lombardia, ma anche a una vera e propria opera di colonizzazione culturale ed etnica della nostra terra.

La cosa è peraltro assurda perché, sebbene vi siano palesi evidenze che lo dimostrino, gli Italiani etnici non hanno ancora capito che, se i Lombardi spariscono, hanno ben poco da campare.

Se andiamo ad esempio a controllare le statistiche sul grado d’istruzione possiamo notare che, se negli anni Settanta e Ottanta, quando l’invasione di Italiani etnici era appena iniziata, la Lombardia era tra le prime cinque regioni d’Europa, adesso, con una percentuale di immigrati (italiani e non) oramai vicina al 40%, la Lombardia supera a malapena la media europea (media che ora considera anche paesi del blocco comunista!).

Peccato che gli effetti della scomparsa dei Lombardi non si limitano a una semplice riduzione del livello di istruzione medio: se l’istruzione diminuisce, scende infatti anche la capacità di sviluppare conoscenze.

Se si riduce la capacità di innovare, si abbassa anche la competitività rispetto al resto del mondo.

E se si perde vantaggio competitivo, non si riesce più a generare elevati livelli di reddito.

O credete sia solo una coincidenza che la Repubblica Italiana non cresca significativamente dagli anni Novanta?

Adalbert Roncari

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